Intervento di Marilì Menato

Marilì Menato

Inizio la mia indagine sul libro del Rotello Spanevello con un’inquadratura ravvicinata che mi serve per focalizzare la vostra attenzione su ciò di cui vi parlerò; vi inviterò infatti ad osservare il libro come fosse un oggetto, ovvero sul piano della percezione estetica e comincerò facendo una breve riflessione sul termine cornice, per delineare un’idea di soglia , di confine fra il mondo esterno e la sua rappresentazione.

La cornice separa l’immagine da tutto ciò che non è immagine definendo quanto da esso inquadrato come mondo significante, rispetto al fuori cornice, che è il mondo del semplice vissuto.
Proprio per questa sua funzione liminare la cornice assume un ruolo chiave, ci dirà dove cominciare e dove finire ad esaminare un’immagine e scoprendo un simile campo racchiuso ci attendiamo una zona che valga la pena di essere esaminata.
Possiamo pensare alla cornice come soglia, ma anche come tessuto connettivo capace di instaurare una relazione dialettica d’integrazione tra il contenuto e l’esterno.

Nel quadro di Magritte “La rappresentazione”del 1936, la cornice perde la funzione di soglia per divenire bordura (come le passamanerie nei tailleur di Chanel), essa diventa parte integrante della figura e si propone come elemento di avvicinamento all’immagine, vorrei dire che rende l’immagine più democratica. Diamo ora alla copertina del libro il significato di cornice e consideriamola alla stregua della cornice di Magritte e quindi non con il valore esclusivo di soglia, ma di tessuto connettivo. L’involucro che racchiude il “Rotello Spanevello” alla nostra percezione si presenta in modo pulito, elegante e maneggevole. I semplici caratteri neri su fondo candido predispongono all’idea di un’opera moderna e profondamente sincera e nell’insieme la copertina esprime una strutturazione logica e razionale.

Ci muoviamo su un campo gestaltico e la fascetta a motivi optical ci suggerisce che avremo a che fare con il movimento ritmico e costante del tempo che passa. Di riflesso penso al pavimento della Basilica di San Marco a Venezia, la cui architettura è basata sulla pianta a croce greca e il cui volume si sviluppa su cubi sormontati da cupole. Il mosaico del pavimento della navata centrale ha un motivo di cerchi in progressione geometrica modulare che infonde al piccolo essere umano che lo percorre la sensazione di un moto continuo. E’ come se gli si dicesse: “Attento che
vivi in una mutabilità continua, l’unica certezza che hai è la fede”.

Torniamo alla copertina del libro e anche qui troviamo un tappeto vibrante su cui si impone un’immagine inscritta in un quadrato, forma di per se stabile e conclusa, ma in esso vi è il cerchio di un orologio le cui lancette sono vettori di forze radianti. Tutto quindi è in movimento e la figura al centro ne è imbrigliata. Inoltre lo sfondo di questo grande orologio è in vetro e l’attraversabilità ovvero la trasparenza di questo materiale ci infonde un senso di ambiguità percettiva proprio per il suo concetto di limite impalpabile fra il dentro e il fuori e ci spinge verso il contenuto del libro che sta al di là. Entrando nel libro troviamo pagine che sono come superfici pittoriche che vanno a stuzzicare il nostro livello di percezione della forma e la parola scritta acquista valore estetico.

Emerge la volontà di creare un libro in cui forma e contenuto si presentano inscindibilmente uniti e la composizione tipografica, i caratteri della scrittura, gli intervalli di tempo dati dai numeri delle ore e dei minuti, le spaziature bianche fra le parti riescono ad enfatizzare il ritmo dell’argomentare e le pagine assumono una significazione visiva. Nel percorrere il libro si ha la sensazione che le pagine a volte siano come porte che ci introducono in spazi silenziosi, assolutamente bianchi, dove il mondo della realtà si trasferisce dal narrato al piano figurativo e l’immagine si legittima come opera compiuta.

Nelle stanze di questa sezione espositiva troviamo immagini relative a Valdagno, altre riferite alla sfera intima dell’autore (due belle fotografie dei suoi genitori), e altre puramente immaginative sviluppate sul piano bidimensionale o tridimensionale. Alcune sono fotografie rielaborate graficamente dallo scrittore stesso come quella degli ultimi Festari nel loro palazzo o di piazza Dante o del Teatro Impero e analizzandole emerge che l’autore ha effettuato un’ esplorazione all’interno di esse intervenendo personalmente a livello grafico; egli si fa coinvolgere nell’energia
esistenziale delle immagini stesse infondendo loro un fluido di creatività, ma è come se il modellare attraverso i segni grafici e il conseguente costruire ex novo l’immagine fossero investiti da una diversa attitudine e un diverso pensiero, come se il tutto fosse guidato da un fascino iconoclasta per togliere quell’aura di sacro che spesso vien data alle foto del passato. Vi sono poi delle illustrazioni piene di vitalità, eseguite con grande abilità grafica dallo scrittore, come la mappa anamorfica di Valdagno o la descrizione della Festa del Ballone, tratta dalle cronache del Bocchese.

Più avanti possiamo osservare i Glomi Tecno-biologici e l’Herma Pantheon un’opera tridimensionale, un tutto tondo piuttosto complesso, opera corale dell’autore con Luciano Lora e altri artisti che hanno voluto assemblare creativamente e simbolicamente molti elementi significativi di Valdagno. Un occhio profano potrebbe vedere in essa un’utopia espressionista alla Fisterlin, oppure un totem o un bricolage intellectuel ma quest’opera potrebbe invece essere vista come ideale modello per un monumento da realizzare alla rotatoria del Ponte dei Nori.

Nella sezione dei ritratti troviamo due belle fotografia del papà e della mamma del dott. Franceschi, Pilade Franceschi e Maria Cappelletto e, alla fine del libro, il ritratto dello scrittore in negativo, bianco su nero, immerso nello spazio cosmico (disegno di Roberta Piazza) e con questa immagine in negativo lo scrittore sembra dirci : “il faber del libro sono io, ma voi non guardate me,guardate a ciò che ho scritto”. Questa immagine ci spinge anche verso i due tomi dell’opera che ancora mancano e che sono relativi alle ore della notte; forse l’autore starà pensando di stamparli in negativo, bianco su nero, come se i raggi della luna illuminassero le parole.

Per ora i volumi sono due e insieme appaiono come un’architettura, un progetto in evoluzione, e infatti, come quelli per villa “La Favorita”, sono costruiti su di un basamento antico, fatto di conoscenze e del vissuto di Valdagno.

E per finire una bella triscele che continua a correre intorno.

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